Atlante vivente di pratiche civiche, educative e culturali che attraversano gli orizzonti del Mediterraneo e oltre
Nel 1154, alla corte palermitana di Ruggero II, il geografo arabo-normanno Muhammad al-Idrīsī completò il Kitāb Nuzhat al-mushtāq fī ikhtirāq al-āfāq — Il libro del diletto di chi desidera attraversare gli orizzonti. Era il primo atlante integrato del mondo conosciuto: una mappa che cuciva insieme la Scandinavia e il Maghreb, Cordova e Damasco, le coste africane e i confini estremi dell’Asia. Non era nato nello studio di un singolo sapiente. Era nato dall’ascolto sistematico dei viaggiatori, dalla verifica incrociata delle loro testimonianze, dalla capacità di tenere insieme — in un’unica forma cartografica — sguardi arabi, normanni, ebraici, bizantini, latini intorno a un orizzonte condiviso. Era, prima ancora che un atto geografico, un atto linguistico ed etico: comporre in una mappa coerente le voci di chi parlava lingue diverse, senza ridurle a una sola e senza lasciare che la voce dominante cancellasse le altre.

Idrisi Cultura e Sviluppo prende il proprio nome da quel geografo. Non come omaggio decorativo, ma come dichiarazione di metodo. Quello che al-Idrīsī fece con la geografia del XII secolo, l’associazione tenta di fare con le pratiche educative, civiche e culturali del XXI: raccogliere, mettere a confronto, restituire in forma condivisa ciò che le comunità del Mediterraneo e dei suoi orizzonti producono ogni giorno come sapere situato — e che lo sguardo abituale, le mappe ufficiali, i sistemi formali di certificazione del sapere non riescono a registrare.
Il Nuzhat è il nome di questo gesto. Non è un archivio, non è un database, non è una piattaforma di documentazione. È un atlante vivente: una mappa che cresce di tappa in tappa, dove ogni “luogo” non è geografico ma pedagogico, civico, culturale. Una pratica osservata in un quartiere di Palermo. Una metodologia sperimentata in un laboratorio scolastico di Vilnius. Un saper-fare artigiano custodito a Sofia. Una narrazione orale raccolta in un cerchio di donne ad Alessandria d’Egitto. Una pratica di rigenerazione urbana attivata in una periferia di Tirana. Ogni voce dell’atlante è una scheda breve, discorsiva, che restituisce in forma narrativa una pratica vista e attraversata — non descritta da fuori, ma raccolta entrando.
Il Nuzhat nasce da tre convinzioni che si tengono reciprocamente.
La prima: il sapere è sempre situato, ma è sempre in movimento. Non esiste una pedagogia da esportare dal centro alla periferia, né una saggezza tradizionale da conservare come reperto. Esistono pratiche che dialogano, si contaminano, si correggono a vicenda. La corte di Ruggero II, in cui arabi, ebrei, greci, latini e normanni lavoravano fianco a fianco producendo sapere condiviso, non era un esperimento di multiculturalismo retorico: era un metodo. Idrisi riconosce in quel metodo la propria genealogia operativa.
La seconda: la conoscenza è un atto di ospitalità. Si porta quello che si sa, si ascolta quello che l’altro sa, e si produce insieme qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto produrre da solo. Ogni progetto europeo che l’associazione realizza — che riguardi il divario digitale di genere, l’educazione alla sostenibilità, la rigenerazione urbana attraverso l’arte pubblica, il contrasto alla disinformazione narrativa, l’accessibilità culturale per le persone con disabilità — è una piccola corte di questo tipo: un luogo dove educatori, artigiani, studiosi, migranti, artisti, custodi di saperi si incontrano con la stessa regola di ospitalità reciproca.
La terza: cartografare è un gesto etico. Ogni mappa decide cosa merita di apparire. Le mappe ufficiali del sapere — i curricula, le bibliografie canoniche, gli indicatori di performance — hanno cancellato per secoli interi sistemi di conoscenza. Un atlante che metta sullo stesso piano una scuola montessoriana di Palermo e un circolo di lettura femminile di Tunisi, una metodologia accademica del Nord Europa e una pratica di trasmissione orale del Sud, non compie un’operazione ideologica: compie un’operazione di precisione. Fa vedere quello che c’è, e che il nostro sguardo abituale non registra.
Il Nuzhat non risponde a un bando. Non ha una scadenza. Non produce deliverable. Non è un progetto: è la cifra dell’associazione, ciò che resta quando i progetti finiscono. Cresce di una scheda al mese, raccolta nelle attività che Idrisi già svolge — le residenze artistiche, i partenariati europei, i laboratori scolastici, i viaggi di studio, gli incontri con i custodi di saperi mediterranei. Ogni cinque anni, l’atlante prende forma di volume stampato in tiratura limitata, oggetto editoriale curato, da donare alle scuole, ai partner, alle biblioteche con cui l’associazione lavora. Tra una pubblicazione e l’altra, vive sulla rete come pagina aperta, in costante aggiornamento, che chiunque può attraversare.
A chi visita questo atlante, Idrisi chiede una cosa sola: la stessa che al-Idrīsī chiedeva ai suoi viaggiatori.
Portare ciò che si è visto. Verificarlo con ciò che altri hanno visto. Lasciarlo qui perché altri, dopo, possano attraversarlo a loro volta.
Buon attraversamento.
Le Coordinate dell’Atlante
Tappa 1: “La memoria che ritorna alla luce“
Miniere, paesaggi, comunità del lavoro perduto
Coordinata — Memoria industriale, paesaggi, ritorno dei luoghi. Luoghi attraversati — Sicilia (zolfare e saline), Andalusia e Asturie, Slesia. Progetto di riferimento — ASTRA. Advancing Sustainable Transition and Resilience in post-mining areas. Erasmus+ KA227, 2020–2022. Idrisi, leader di progetto con i partner Internet Web Solutions (Spagna) e Fundacja ad Meritum (Polonia).
C’è un’Europa che non viene quasi mai raccontata, ed è quella delle terre che il lavoro ha attraversato, riempito di vita per generazioni, e poi abbandonato senza una conclusione narrativa. Le zolfare siciliane, le miniere di carbone delle Asturie, il bacino estrattivo della Slesia, le saline andaluse: paesaggi che hanno scritto pagine intere di storia europea — dal punto di vista del capitale, del movimento operaio, della migrazione, della memoria popolare — e che oggi compaiono nelle mappe ufficiali del patrimonio culturale solo come voci marginali o come problemi di riconversione. Sono territori che il sapere storico nazionale conosce, ma che il sapere educativo europeo ha quasi cancellato.
La pratica osservata, attraversando i tre paesi del partenariato, è che la memoria di questi luoghi non è morta — ma non è scritta. Vive nelle voci degli ex minatori, nelle fotografie tenute negli album di famiglia, nei racconti delle mogli che aspettavano ai cancelli del pozzo, nei toponimi dei villaggi sorti accanto agli impianti. Il progetto ha lavorato con un metodo molto idrisiano: il photovoice, cioè la raccolta partecipativa di immagini fatte dalle comunità stesse, accompagnate dalle storie che chi le scatta sceglie di raccontare. Non un’antropologia che descrive da fuori, ma un atto di restituzione — la comunità si fotografa, si racconta, e in quel gesto trasforma il proprio paesaggio abbandonato in un sapere trasmissibile. È così che è nata una mappa digitale che collega idealmente la Sicilia mineraria all’Andalusia e alla Slesia: non per analogia tipologica, ma perché le tre comunità, attraverso le loro voci, hanno riconosciuto di parlare la stessa lingua del lavoro perduto.
Lezione per il Nuzhat. Il patrimonio culturale europeo non finisce dove finiscono i monumenti. Comincia anche dove qualcuno ha smesso di lavorare. Cartografare l’industria abbandonata è cartografare una memoria che, se non viene raccolta adesso, sparirà con la generazione che la ricorda.
Tappa 2: “Le forme che dicono la frontiera“
Teatro, testimonianza, vite che attraversano confini
Coordinata — Teatro, testimonianza, confini. Luoghi attraversati — Sicilia (Palermo, Bagheria), Croazia (Rijeka), Slovenia (Lubiana). Progetto di riferimento — ELPIS. Espressione artistica, performance e innovazione sociale: il ruolo dell’educatore per l’accessibilità delle arti. Erasmus+ KA220-ADU, 2022–2024. Idrisi partner con The Rijeka Youth Theatre (Croazia), Pionirski Dom (Slovenia), Liceo Ginnasio Statale Francesco Scaduto di Bagheria.
Ci sono temi che non si lasciano spiegare. La tratta degli esseri umani, la migrazione forzata, la memoria del conflitto jugoslavo, la condizione di chi vive all’incrocio di più frontiere insieme — politiche, linguistiche, biografiche — sono esperienze che il discorso pubblico tende a ridurre a statistica, a notizia, a slogan. Il teatro sociale, quando è praticato come metodo educativo non formale e non come spettacolo, è uno dei pochi linguaggi che riescono a tenere insieme la profondità dell’esperienza vissuta e la possibilità di trasmetterla. Non perché il teatro consoli o estetizzi: perché obbliga il corpo dell’interprete e il corpo dello spettatore a stare nello stesso spazio, e in quello spazio condiviso la testimonianza diventa udibile.
La pratica osservata, dentro il partenariato Sicilia-Croazia-Slovenia, è che il teatro sociale funziona come educazione civica precisamente quando rinuncia all’obiettivo dichiarato di insegnare qualcosa. Gli interpreti amatoriali — adulti spesso senza alcuna formazione politica formale — entrano nei laboratori per fare teatro, e ne escono avendo attraversato, attraverso la drammatizzazione di storie reali raccolte in modalità multilingue, una rielaborazione delle proprie esperienze biografiche di confine, di migrazione, di violenza subita o vista. Lo spettacolo finale è quadrilingue (italiano, croato, sloveno, inglese), ma la lezione sta nel processo che lo precede: il teatro diventa la grammatica condivisa attraverso cui persone che non parlano la stessa lingua scoprono di avere la stessa storia. Il Curriculum “Le potenzialità educative dell’Esercizio Artistico” prodotto dal partenariato è la traccia metodologica di questo apprendimento.
Lezione per il Nuzhat. L’educazione alla cittadinanza non passa dai contenuti civici trasmessi a parole. Passa dai linguaggi che permettono alle parole di tornare ad avere peso. Il teatro sociale è uno di questi linguaggi — forse, nel Mediterraneo che si frammenta, il più necessario.
Tappa 3: “Le strade del bivio sbagliato”
Scuole, identità, geografia delle disuguaglianze
Coordinata — Incroci, scuola, identità plurali. Luoghi attraversati — Italia (Sicilia), Repubblica Ceca (Brno), Bulgaria (Sofia), Romania (Bucarest). Progetto di riferimento — TAI. Teaching Across Intersections. Erasmus+ KA220-SCH, 2022–2025. Idrisi partner con CIG NORA (Brno, capofila), Association WalkTogether (Sofia), Asociatia Young Initiative (Bucarest).
C’è un’immagine, nel cuore di questo progetto, che sembra scritta apposta per l’atlante. Immagina un incrocio dove tre strade si intersecano: una porta a un’università, una al cibo di buona qualità a basso prezzo, una a case ristrutturate a canone controllato. Ora immagina di crescere in un incrocio diverso: la prima strada porta a una prigione, la seconda a un sistema fognario danneggiato, la terza a generi alimentari irragionevolmente costosi. La vita di un bambino, più di quella di un adulto, è decisa dall’incrocio in cui nasce. La pedagogia europea contemporanea, quando è onesta con sé stessa, sa che le scuole secondarie continuano a essere costruite sulla mappa del primo incrocio — e a trattare gli alunni del secondo come ospiti che devono adeguarsi alla geografia altrui.
La pratica osservata, lavorando insieme tra Sicilia, Cechia, Bulgaria e Romania, è che l’intersezionalità nell’educazione secondaria non è un concetto teorico da introdurre nei curricula come un modulo aggiuntivo. È un cambio di sguardo dell’insegnante. Significa cominciare a leggere la classe come una piccola geografia di incroci, dove le identità degli alunni — di classe, di genere, di origine, di abilità, di orientamento — non sono variabili separate ma si combinano in posizioni precise sulla mappa sociale. Significa riconoscere che il libro di testo standard, in tutti e quattro i paesi del partenariato, descrive un’esperienza prevalentemente bianca, cis-maschile, borghese, eterosessuale, normodotata — e che questa descrizione non è la realtà della classe. Il manuale per insegnanti, la reportistica comparativa, la piattaforma di e-learning prodotti dal progetto sono strumenti per accompagnare questo cambio di sguardo, ma il cambio avviene quando l’insegnante riconosce, nel volto di un alunno, l’incrocio in cui quell’alunno è nato.
Lezione per il Nuzhat. L’intersezionalità è geografia prima che teoria politica. È il riconoscimento che il bivio in cui si nasce decide la mappa che si abita. Una scuola che lo capisce, smette di essere uno spazio neutro e diventa uno spazio civile.
Tappa 4: “I muri che parlano“
Periferie, giovani, riscrittura della città mediterranea
Coordinata — Spazio pubblico, periferie, alfabeti civici. Luoghi attraversati — Italia, Regno Unito, Grecia (Atene). Progetto di riferimento — INSIDES. Innovative Training Settings for the Self-Development of emerging artists. Erasmus+ KA227, 2020–2022. Idrisi partner con Puntoeacapo (capofila), BeatBuzz (Regno Unito), Go Mad, Innovation Frontiers (Atene).
Le periferie delle città europee sono spesso lette come deserti culturali — luoghi senza, dove ciò che vale culturalmente è altrove. Il progetto ha dimostrato l’esatto contrario: le periferie sono superfici di scrittura in attesa. Il muro, nelle città del Mediterraneo allargato, è sempre stato luogo di messaggio — dai graffiti pompeiani alle dediche votive nei vicoli palermitani, fino alle scritte politiche degli anni Settanta nelle metropoli inglesi e greche. La street art contemporanea, quando è praticata come setting educativo per giovani artisti emergenti e non come decoro istituzionale calato dall’alto, raccoglie questa genealogia plurisecolare e la restituisce ai novanta giovani europei coinvolti nel progetto come competenza narrativa sul loro stesso spazio di vita.
La pratica osservata, nei laboratori distribuiti nei tre paesi del partenariato, è che i ragazzi coinvolti non hanno imparato soltanto a dipingere muri. Hanno imparato a leggere il proprio quartiere come un testo. Le fasi di produzione delle opere coincidevano con le unità formative — un metodo educativo che capovolge la logica dell’insegnamento separato dalla pratica e che fa coincidere il cantiere con l’aula. I giovani hanno scoperto che un muro scrostato è una frase interrotta, che un’opera collettiva è una grammatica condivisa, che scegliere cosa dipingere è un atto politico nel senso antico della parola — riguarda la polis, la cosa pubblica. Non è un caso che molti dei partecipanti, una volta finito il laboratorio, abbiano cominciato a guardare diversamente anche le scritte che già esistevano nei loro quartieri — riconoscendone autori, sovrapposizioni, conflitti, stratificazioni. La rinascita urbana, quando avviene davvero, non viene calata dall’alto: viene da chi impara a usare lo spazio come lingua.
Lezione per il Nuzhat. L’educazione alla cittadinanza passa attraverso l’alfabetizzazione degli spazi. Chi sa leggere i muri sa leggere la città. Chi sa leggere la città sa abitarla da cittadino.
Tappa 5: “L’eco delle acque lente“
Sostenibilità, creatività, ritmi del Mediterraneo che si ripete
Coordinata — Tempo lungo, ambiente, ritmi del Mediterraneo. Luoghi attraversati — Italia (Palermo, Palazzolo sull’Oglio), Cipro (Nicosia), Bulgaria (Sofia). Progetto di riferimento — ECHO. Education for Environmental Sustainability: Creative Learning Centers and Digital Tools. Erasmus+ KA220-ADU, 2022–2025. Idrisi partner con Fondazione Pietro Barbaro (capofila, Palermo), Carraro Lab, SEAL Cyprus (Nicosia), Association WalkTogether (Sofia).
L’educazione alla sostenibilità ambientale, nel Mediterraneo allargato verso i Balcani, non può essere la trasposizione dei modelli nordici dell’efficienza energetica e della rendicontazione climatica. Deve fare i conti con un’altra geografia di riferimento: quella delle acque che ritornano, delle colture che attendono, dei materiali che si riusano per mestiere prima che per ideologia, delle economie che sanno aspettare perché aspettare è la loro forma di intelligenza accumulata nei secoli. L’eco — fenomeno fisico per cui una voce torna indietro più debole, trasformata, portando con sé l’impronta del paesaggio che ha attraversato — è una metafora esatta di come la sostenibilità si insegna nelle terre che si affacciano sul bacino centrale e orientale del Mediterraneo. Non si insegna spiegando: si insegna creando le condizioni perché chi apprende possa sentire ciò che torna.
La pratica osservata, nel partenariato che ha unito Palermo a Nicosia e a Sofia, è che l’educazione alla sostenibilità ambientale per adulti funziona quando combina due dimensioni che spesso vengono tenute separate: il medium creativo (laboratori partecipati, esercizi di scrittura ambientale, narrazione visuale) e gli strumenti digitali immersivi che permettono di rendere percepibile ciò che normalmente non vediamo — il ciclo dell’acqua, il tempo della crescita di un albero, la trasformazione lenta di un paesaggio. La ricerca-azione coordinata da Idrisi nel primo risultato di progetto ha tracciato percorsi educativi per educatori, insegnanti, animatori socioeducativi, dimostrando che l’attivazione del medium creativo e dello strumento digitale insieme produce un apprendimento che resta — perché passa per il corpo e per il senso, non solo per il dato. L’ambiente, in questo modo, smette di essere un contenuto da trasmettere e diventa un ritmo da abitare.
Lezione per il Nuzhat. La sostenibilità è una questione percettiva prima che ecologica. Si insegna a sentire il ritorno delle cose, attraverso la creatività e la tecnologia messe insieme. Dove l’ascolto manca, ogni politica ambientale diventa rumore.
Tappa 6: “Le case nel verde che parla“
Aree rurali, comunità, alfabeti digitali del margine
Coordinata — Aree rurali, comunità, divario digitale-narrativo. Luoghi attraversati — Italia (Sicilia interna), Spagna, Polonia, Belgio, Grecia. Progetto di riferimento — BUCOLICO. BU(ilding) CO(mmunity resi)LI(ence through) CO(mmunication and technology). Erasmus+ KA204, 2020–2023. Idrisi capofila con Internet Web Solutions (Spagna), Fundacja ad Meritum (Polonia), Asturia (Belgio), Innovation Frontiers (Grecia).
C’è una geografia del margine europeo che non corrisponde alle periferie urbane. È quella delle aree interne, dei villaggi rurali a bassa densità, dei territori che la modernità ha attraversato senza fermarsi: borghi montani della Sicilia interna, paesi delle campagne polacche, frazioni andaluse, comunità rurali greche e fiamminghe. Sono luoghi dove il divario digitale non è soltanto una questione di banda larga — è una questione di parole. Le interfacce digitali sono progettate altrove, scritte in linguaggi che presuppongono un mondo urbano, un tempo accelerato, una grammatica della cittadinanza che dà per scontate cose che in queste comunità non sono scontate per niente. Il risultato è che gli adulti, soprattutto i più anziani, restano fuori non perché non abbiano accesso tecnico, ma perché nessuna delle storie che il digitale propone è la loro storia.
La pratica osservata, attraversando i cinque paesi del partenariato, è che la formazione digitale per adulti delle aree rurali funziona quando rinuncia a essere generica e si fa situata. Non un corso standard di alfabetizzazione informatica, ma un percorso costruito intorno ai casi studio raccolti in ciascun territorio: storie reali di comunità che hanno usato la tecnologia per restare, per fare impresa locale, per tenere insieme i legami quando i giovani sono partiti. Idrisi ha tradotto questa intuizione in un Museo Virtuale delle esperienze — una piattaforma navigabile che raccoglie i casi di tutti i partner e li restituisce come patrimonio condiviso. È un piccolo atlante dentro l’atlante: ogni caso è una stanza del museo, ogni stanza è una pratica che una comunità rurale ha inventato per rispondere alla propria condizione. Il digitale, in questo modo, smette di essere lo strumento che impone una lingua nuova e diventa il medium che restituisce dignità alle lingue che già esistono.
Lezione per il Nuzhat. Il divario digitale non è un divario tecnico. È un divario narrativo. Si colma quando le comunità riconoscono che la propria storia merita di essere raccontata anche dentro lo schermo — e che lo schermo, se ascoltato, può imparare la loro lingua.
Tappa 7: “I bambini che leggono la mappa“
Infanzia, scuola, narrazioni che fanno spazio
Coordinata — Incroci, scuola, identità plurali. Luoghi attraversati — Italia (Sicilia, Misilmeri), Francia. Progetto di riferimento — Kids at Crossroads. Intersezionalità, diversità e inclusione. Risorse per la scuola primaria e dell’infanzia. Erasmus+ KA210-SCH, 2023–2025. Idrisi capofila con Réseau Canopé (ente del Ministero dell’Istruzione francese).
Esiste un pregiudizio molto resistente nell’educazione europea: che l’intersezionalità sia un argomento per adulti, o al massimo per adolescenti. Che i bambini più piccoli siano neutri — categorie ancora informi, identità in attesa di prendere forma, soggetti a cui si può rimandare il discorso sulle differenze a quando saranno abbastanza grandi da capirlo. Questa scheda dell’atlante nasce per dire che è esattamente il contrario. L’infanzia non è neutra: è già abitata dalle stesse linee di disuguaglianza che attraversano la società adulta — di classe, di genere, di origine, di abilità — solo che vi è esposta in una forma più indifesa, perché un bambino non ha ancora il vocabolario per nominare ciò che vive. Per questo la scuola primaria e dell’infanzia, quando è onesta, è l’incrocio più decisivo della mappa: è lì che si decide se le storie che il bambino sente raccontare sapranno includerlo o lo escluderanno per sempre dal sentirsi narrabile.
La pratica osservata, nel partenariato Italia-Francia tra Idrisi e Réseau Canopé, è che gli insegnanti della scuola primaria possono diventare autori di didattica intersezionale solo se gli si offre uno strumento concreto che parli alla loro pratica quotidiana. Non un manuale teorico calato dall’alto: un sussidiario fatto di storie, Storie all’Incrocio, che mette in scena infanzie multiple e differenti, e che invita il bambino a riconoscersi senza dover prima essere classificato. La sperimentazione realizzata insieme a numerose scuole primarie con minori opportunità territoriali — incluse classi della provincia di Palermo, come la scuola elementare Salvatore Traina di Misilmeri — ha mostrato che i bambini, quando incontrano nella narrazione scolastica una geografia di vite che assomiglia alla loro, sviluppano qualcosa di più della comprensione: sviluppano agency. Cominciano a chiedere, a riscrivere, a proporre. Diventano, anche loro, agenti del cambiamento di cui la scuola ha bisogno per funzionare.
Lezione per il Nuzhat. L’intersezionalità non si insegna ai bambini come materia. Si pratica con loro come geografia. Una scuola primaria che riconosce le mappe diverse da cui i suoi alunni vengono, smette di essere una scuola che integra e diventa una scuola che ospita. È un cambio di metodo, non di programma.
Tappa 8: “Le soglie invisibili” (in attraversamento)
Donne, case, schermi del Mediterraneo digitale
Coordinata — Corpo, genere, soglie domestiche. Luoghi attraversati — Italia (Palermo), Repubblica Ceca (Brno), Spagna (Málaga), Malta (Birkirkara). Progetto di riferimento — HYPATIA. Digital Gender Gap, Digital Violence, Housemaking. An education and awareness programme. Erasmus+ KA220-ADU, 2024–2026. Idrisi capofila con CIG NORA (Brno), IT Solutions for All (Málaga), Arts Council Malta (Birkirkara).
Hypatia di Alessandria, a cui il progetto deve il nome, fu uccisa nel 415 d.C. mentre insegnava matematica e filosofia in uno spazio pubblico. Sedici secoli dopo, il luogo in cui le donne mediterranee — e in particolare le donne che il progetto chiama housemakers, coloro che tengono insieme la casa — incontrano la violenza simbolica e la marginalizzazione dal mondo digitale non è più l’agorà. È la soglia tra cucina e smartphone, tra cura domestica e identità connessa. Il divario digitale di genere, nei quattro paesi che il progetto attraversa, non è soltanto un problema di accesso tecnico. È un problema di tempo sottratto. Chi tiene insieme la casa — il lavoro invisibile, quotidiano, ininterrotto — non ha le stesse ore degli altri per abitare il mondo connesso. E quando quelle ore le trova, le trova in un mondo digitale che spesso si rivolge a chi ha già tempo, già strumenti, già fiducia — e che per le altre diventa un luogo di esposizione alla violenza online più che di emancipazione.
La pratica che il progetto sta osservando, attraverso il percorso di alfabetizzazione digitale rivolto alle housemakers di Italia, Cechia, Spagna e Malta, è che l’apprendimento per queste donne avviene mentre fanno altro. Ascoltano formazione mentre cucinano. Seguono moduli mentre stirano. Costruiscono reti di sostegno reciproco in chat di quartiere, dentro i pochi minuti rubati alla giornata. È un apprendimento clandestino, che la pedagogia ufficiale non vede — perché non avviene in aula, non produce certificati, non si lascia misurare. Ma è esattamente lì che il sapere digitale entra nelle vite, quando ci entra. Il progetto sta sperimentando una OER — una risorsa educativa aperta — pensata per essere usata in queste condizioni reali, e accompagnata da un report e da raccomandazioni politiche che porteranno la voce delle housemakers nelle discussioni europee sulla digitalizzazione, dove di norma quella voce non arriva. Una campagna di sensibilizzazione multimediale completerà il percorso, dichiarando pubblicamente ciò che il progetto sta scoprendo: che il digital gender gap, nel Mediterraneo allargato, ha la forma precisa della soglia di una casa.
Lezione per il Nuzhat (in attesa di completamento). Le pedagogie più potenti sono quelle che abitano le soglie. Non si educa portando le persone altrove, ma riconoscendo il sapere che già producono dove sono. Questa voce dell’atlante crescerà fino al dicembre 2026, quando il progetto si concluderà e la lezione potrà essere scritta nella sua forma piena.
Tappa 9: “La Santuzza che restituisce la voce“
Patrimonio sacro, parola femminile, città che si racconta
Coordinata — Linguaggio civico, memoria, città del Mediterraneo. Luoghi attraversati — Palermo (Real Teatro Santa Cecilia). Opera di riferimento — La Santuzza, performance di teatro civico tratta dal libro omonimo di Cetta Brancato. Idrisi Cultura e Sviluppo ETS ha prodotto la messa in scena nell’ambito del bando del Comune di Palermo per la promozione del 400° Festino di Santa Rosalia, patrona della città. Real Teatro Santa Cecilia, dicembre 2024.
C’è una linea sottile che separa il patrimonio sacro dal patrimonio simbolico, e a Palermo questa linea è molto difficile da tracciare. Santa Rosalia non è soltanto la patrona della città — è la figura attraverso cui Palermo, da quattrocento anni, si racconta a sé stessa. È la santa che ha fermato la peste del 1624, è la giovane nobile che si ritirò sul Monte Pellegrino, è la Santuzza dei vicoli e dei rituali popolari. Ma è anche, come tutte le grandi figure simboliche tramandate nei secoli, una narrazione plasmata e riplasmata dai poteri che l’hanno raccontata — religiosi, politici, civili, accademici — e che l’hanno consegnata alla città in una forma sempre filtrata. La domanda che attraversa qualsiasi celebrazione civica importante, e che il quarto centenario del Festino rendeva inevitabile, è: di chi è la voce di Santa Rosalia? Chi la racconta, e da quale punto di osservazione?
La pratica osservata, dentro la collaborazione con Cetta Brancato e la produzione realizzata nell’ambito del bando comunale per il quarto centenario, è che restituire una figura sacra alla pluralità delle voci da cui è stata storicamente abitata non è un gesto di dissacrazione — è un gesto di precisione filologica e di giustizia narrativa insieme. Il libro La Santuzza di Cetta Brancato, da cui la performance teatrale è tratta, riprende la narrazione di Rosalia dal punto di vista di chi nei racconti ufficiali non aveva voce: le donne, i marginali, le figure popolari della Palermo antica e contemporanea che hanno vissuto la devozione come pratica quotidiana e non come liturgia istituzionale. La messa in scena al Real Teatro Santa Cecilia ha tradotto questa scrittura in un atto pubblico, dentro una cornice civica precisa: un teatro storico di Palermo, una committenza comunale, l’anniversario di un rito che appartiene a tutta la città. La performance non ha ridiscusso Santa Rosalia — l’ha restituita alla complessità delle voci che l’avevano sempre attraversata e che la storia ufficiale aveva ridotto a una sola.
Lezione per il Nuzhat. Il patrimonio simbolico di una città non si custodisce ripetendo la sua narrazione canonica. Si custodisce riascoltando le voci che la canonizzazione ha taciuto. Restituirle alla parola pubblica, dentro una cornice civica riconosciuta, è una forma alta di cura del patrimonio comune. La Santuzza ce lo ha mostrato per Palermo. Lo stesso metodo vale, nel Nuzhat, per ogni figura attraversata dal tempo lungo del Mediterraneo.

